Prodotti, Storie di GHUSTO

Il vino che si… attorciglia. E che aspetta Natale.

A Breganze, nel Vicentino, c’è un passito che è diventato il simbolo di un territorio intero. Si chiama Torcolato — e vale la pena conoscerlo davvero.

Nel mondo del vino italiano, i vini dolci che diventano il simbolo assoluto di una denominazione si contano sulle dita di una mano. Il Torcolato di Breganze è uno di quelli. Una DOC, una comunità di produttori che lo porta avanti da decenni, e dal 2002 persino una Fraglia — ovvero un’antica confraternita di territorio, il tipo di istituzione che nel Veneto profondo si costituisce attorno alle cose che vale davvero la pena difendere. Un vino che ha trovato la sua forma, la sua identità, il suo pubblico. E una storia che continua a essere scritta, vigna per vigna, da chi abita quelle colline.

Breganze è un paese di ottomila abitanti in provincia di Vicenza, su una collina di origine vulcanica tra i fiumi Astico e Brenta. Già nel 1610 il viaggiatore Andrea Scotto la descriveva come «famosa per i vini dolci e saporiti che produce». Nel 1911 il Corriere della Sera parlava del Torcolato come di «un vino ch’è un liquore». Un territorio che ha sempre saputo cosa aveva tra le mani — e che negli ultimi trent’anni ha scelto di costruirci sopra una denominazione intera. Tra i produttori che hanno contribuito a scrivere questa storia, la Cantina Firmino Miotti è una di quelle che lo ha fatto con più radici, più silenziosa ostinazione, e qualche storia straordinaria da raccontare. Le radici arrivano all’Ottocento, quando i Miotti cominciano a coltivare il Colle di Santa Lucia.

Ma è Firmino che, negli anni ’50, raccoglie l’eredità dopo la morte prematura del padre e trasforma la vigna in una missione: non solo produrre vino, ma salvare quello che stava sparendo. Una missione talmente autentica da fare innamorare persino la letteratura — lo scrittore vicentino Virgilio Scapin lo ha immortalato tra le pagine dei suoi racconti, trasformando questo vignaiolo reale in personaggio di carta. Non capita spesso che una cantina finisca in un libro.

Oggi l’azienda è guidata insieme a sua figlia Franca, che dopo gli studi tra Bordeaux e Conegliano ha portato una visione moderna senza toccare l’essenziale: la tutela dei vitigni autoctoni che quasi tutti avevano abbandonato. Il Gruajo, rosso rubino documentato nel Settecento. Il Pedevendo, uva bianca rarissima coltivata quasi esclusivamente da loro. Il Sampà, da Marzemina Bianca con origini che risalgono al 1679. Il Groppello, citato già nel Trecento. Varietà considerate scomode, poco produttive, «maledette» — e salvate con ostinazione silenziosa. È in questo contesto, fatto di rispetto quasi filologico per il territorio, che nasce il Torcolato dei Miotti.

Prodotto da uve Vespaiola — un vitigno il cui nome deriva dall’attrazione irresistibile che il suo succo dolce esercita sulle vespe — coltivate sui colli vulcanici di Santa Lucia. Dopo la vendemmia, i grappoli migliori vengono letteralmente attorcigliati su degli spaghi in un ambiente arieggiato: “intorcolà”, in dialetto veneto. Da qui il nome. L’appassimento è lento, invernale, paziente. Solo a gennaio il mosto viene estratto — con pochissima resa, morbido, dorato, straordinariamente concentrato. Poi affina in acciaio per anni. La famiglia considera sacra questa attesa: mai meno di quattro anni prima di imbottigliare.

Dolce, ma non stucchevole. Complesso, ma non intimidisce. Ha decenni di storia alle spalle, ma si beve con la stessa semplicità con cui si taglia una fetta di torta in famiglia. Franca Miotti, che è stata Priore della Magnifica Fraglia del Torcolato — ovvero la guida eletta della confraternita, il ruolo più alto che un produttore di Breganze possa ricoprire in suo nome — lo sa bene: questo non è un vino da cerimonia. È un vino da fine serata, da quei momenti in cui non si ha più fretta di niente.


Su GHUSTO trovi il Torcolato di Firmino Miotti. Se non hai ancora sentito parlare di Breganze, questa è la tua occasione per rimediare.